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UFFICIO SCUOLE Attività culturale 2006 |
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Polimodal “E De Amicis” Rosario – Giovedì 9
Novembre 2006. La Questione della lingua in Italia Parlare
della Questione della lingua in Italia significa aprire più di un
capitolo giacché essa accompagna la lingua italiana dal suo sorgere ed è
tuttora viva nonostante l’italiano sia oggi una grande lingua, anche
popolare, diffusa all’interno ed all’esterno di un paese unito e fortemente
identificabile nel mondo per i suoi caratteri culturali peculiari. Al suo
sorgere la lingua era cancelleresca, ecco, fra i più antichi documenti della
lingua italiana, i Placiti cassinensi: ”Sao ke kelle terre per kelli
fini ke ki contene, trent’anni le possette parte Sancti Benedicti.” La
questione è del tutto implicita: alcuni contadini campani così avrebbero
giurato, prima dell’anno 1000, davanti ad un notaio, ma forse fu il notaio a
scrivere in tal modo giacché essi avrebbero potuto dire: “Saccië ka killë
terrë pë kkilli kumbinë etc…” e cioè: “So che quelle terre per quei confini
etc…”. Cassino, che oggi fa parte del Lazio, è di area campana.
Con Dante la questione
si fa critica: la grande lingua che sorgerà dall’opera delle “Tre Corone” (Dante,
Petrarca e Boccaccio) avrebbe avuto ben diritto ad una grande questione.
Dante, nel De Vulgari Eloquentia, va alla ricerca della lingua
“aulica, curiale e cardinale” fra quattordici dialetti italiani, bocciandoli
tutti, ovviamente, compreso il fiorentino. Questo rifiuto non impedirà al
fiorentino di fornire la base della lingua usata dallo stesso Dante, nonché
da quelli che seguiranno fin oltre il Cinquecento e, quindi, dal Cardinale
Bembo che si batterà perché i giovani diano la giusta attenzione ad una
lingua moderna a discapito del latino. All’epoca l’italiano era una lingua di
tutto rilievo, parlata in Toscana ma diffusa in Italia e fuori solo ad uso
delle persone colte: per fare un esempio il Cortegiano di Baldassar
Castiglione, scritto fra il 1513-18, negli anni fra il 1528 e il 1619 ebbe 60
edizioni e 50 traduzioni, di cui 21 francesi, 10 spagnole, 13 latine, oltre a
quelle in inglese, tedesco e polacco; fra i lettori, talora in italiano:
l'imperatore Carlo V, Francesco I, Sigismondo Augusto re di Polonia, Giacomo
VI re di Scozia e d'Inghilterra. Ah! Il Castiglione usò per primo la parola cortegiano. La questione
meritava, ora, idonee “infrastrutture”: sul finire del secolo XVI viene
fondata l’Accademia della Crusca, tuttora esistente, con lo scopo di dividere
la crusca dal fiore della farina (parte migliore della lingua). Per
conto loro altri italiani non toscani noteranno che una lingua ha, invece,
bisogno di ossigeno, non può fermarsi alle Tre Corone né limitarsi al
fiorentino, non si può nemmeno dire troppo spesso: “non si può”, e ciò secondo
Daniello Bàrtoli, alias Padre Ferrante Longobardi, che scrisse: Il torto e
il diritto del non si può. Una chiara polemica con la purezza dei
Cruscanti. Da che pulpito veniva la predica? Daniello Bàrtoli, potentissimo
gesuita, detto il Dante della prosa, nel sec. XVII fu lo storiografo
ufficiale della Compagnia di Gesù, aperto alle esperienze dei Gesuiti nel
mondo si rendeva conto che la lingua non poteva racchiudersi nelle mura di
Firenze né limitarsi ai tre grandi scrittori del Trecento. Alessandro
Manzoni, l’autore de I Promessi Sposi, molto ascoltato in Italia,
raccoglie parte di questi fermenti: la lingua deve essere quella dell’Uso
dalle persone colte di Firenze. Viene, quindi, sconfessato il principio che
la lingua deve rimanere legata alle “Tre Corone” e quindi al Trecento, ma il
popolo rimane fuori dal processo a danno di una lingua più viva e diffusa.
Ecco le sue parole:
La posizione del Manzoni non è da trascurare specie se si pone come
punto di partenza di una lingua unitaria a cui possano essere chiamati tutti
gli italiani ma egli era uno scrittore, come Edmondo De Amicis, e non un glottologo, cioè uno studioso del
linguaggio, per cui era spinto a dare una soluzione pratica al problema, fin
troppo pratica. La glottologia era nata nel 1816 ed aveva fatto passi
da gigante, in Italia era rappresentata da un personaggio notevole: Graziadio
Isaia Ascoli. Chi era costui? Domanderemo usando una espressione cara al
Manzoni stesso. Fu il fondatore della glottologia in Italia, parola di
sua invenzione, studiò varie lingue e ne scoprì una: il franco-provenzale, la
terza lingua parlata in Francia, oltre il francese ed il provenzale. Nel
186** fondò l’”Archivio glottologico italiano” una rivista nel cui Proemio
rispose in un certo qual modo al Manzoni. E rispose perché il genero del
Manzoni, Broglio, aveva appena pubblicato un vocabolario della lingua
italiana, un disastro, secondo l’Ascoli:
“Un vocabolario che si viene stampando in Firenze sotto auspicj gloriosissimi,
rappresenta un principio, o un’innovazione, di cui gli riesce far mostra
nella prima parola del suo frontispizio, poiché egli si annunzia per nòvo
anziché nuovo, così riproducendo la odierna pronuncia fiorentina, ch’egli
trova urgente di rendere comune a tutta l’Italia, siccome parte integrale
dell’odierno linguaggio di Firenze, il qual dev’essere, in tutto e tutto,
quello dell’Italia intiera. La medesima pronuncia fiorentina gli suggerirà,
ed egli dovrà accettare, sotto pena di non lieve incoerenza: mòre per muore;
sòla per suola; fòri per fuori; io nòto per nuoto; io sòno per suono; còco
per cuoco; òmini per uomini; e via discorrendo.” Insomma, riprodurre la lingua dell’uso di Firenze non
era proprio facile, nemmeno per i seguaci del Manzoni! Perché l’Ascoli si
scagliava così vivacemente contro i sostenitori della lingua dell’uso
fiorentina? Quali i pericoli? “Fra noi, all’incontro, malgrado ogni temperamento di cui si circondi la
romorosa innovazione, si riesce a dire a coloro che pensano e studiano, cioè
a coloro che pur hanno una culta favella mentale, con la quale ruminar le
idee: smettete lo stromento del vostro pensiero, perché ha bisogno di essere
mutato o almanco modificato per bene. Si viene a dire agli operaj della
intelligenza, che sospendano, tanto o quanto, la propria industria, e non già
per rifornire il loro apparecchio mentale col rituffarlo in una nuova serie
di libri che ancora alimentino il loro pensiero e i loro studj (che sarebbe
cosa tollerabile), ma per farsi ad imitare (essi dicono scimieggiare) una
conversazione municipale, qual sarà loro offerta da un vocabolario, da una
balia, oppur dal maestro elementare, che si manderà (da una terra così /29/
fertile d’analfabeti) a incivilir la loro provincia.” L’Ascoli
invita gli studiosi a mettersi al lavoro, a non farne una questione di
lingua, perdendo tempo a “scimieggiare” la “tersità popolare” di Firenze in
luogo della “tersità” classica, ma a costruire la lingua democraticamente,
con la partecipazione di tutto il paese.
Queste le premesse. Quale la concezione della lingua
del De Amicis ne l’Idioma Gentile? Già il titolo dorebbe aiutarci,
chissà se leggendo i brani che seguono poete farvi un’idea da soli. “Tu ami la lingua del tuo paese, non è vero? L'amiamo
tutti. È inseparabilmente congiunto l'amore della nostra lingua col
sentimento d'ammirazione e di gratitudine che ci lega ai nostri padri per il
tesoro immenso di sapienza e di bellezza ch'essi diedero per mezzo di lei
alla famiglia umana, e che è la gloria dell'Italia, l'onore del nostro nome
nel mondo. L'amiamo perchè l'hanno formata, lavorata, arricchita, trasmessa a
noi come un'eredità sacra milioni e milioni d'esseri del nostro sangue, dei
quali, per secoli, ella espresse il pensiero, e le
sue sorti furon le sorti d'Italia, la sua vita la nostra storia, il suo regno
la nostra grandezza. L'amiamo perchè la parola sua ci scaturisce d'in fondo
all'anima insieme con ogni nostro sentimento, si confonde con le nostre idee
fin dalle loro sorgenti più intime, e non è soltanto forma, suono, colore, ma
sostanza del nostro pensiero. L'amiamo perchè è la nostra nutrice
intellettuale, il respiro della mente e dell'animo nostro, l'espressione di
quanto è più intimamente proprio della nostra indole nazionale, l'immagine
più viva e più fedele e quasi la natura medesima della nostra razza. L'amiamo
perchè è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo, l'eco del nostro
passato, la voce del nostro avvenire, verbo non solo, ma essenza dell'anima
della patria.” (Introduzione) Qui
sotto un altro brano e poi un piccolo “test”. A chi dice che s'impara la lingua dall'uso. (Capitolo
XIII) Qui sento un coro d'italiani
settentrionali che esclamano: - Studiare la lingua! Ma la lingua s'impara dall'uso!
Da qual uso l'imparate voi, cari signori? In casa voi
parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il vostro dialetto, e quando
non parlate questo, parlate e sentite parlare un italiano povero e scorretto,
pieno zeppo d'idiotismi e di francesismi. In materia di lingua s'usa fra noi
non toscani, perchè parliamo tutti male, una grande tolleranza reciproca, per
effetto della quale nessuno studia di correggersi, e ognuno sèguita per tutta
la vita a ripetere gli stessi spropositi, senz'arricchire il proprio
linguaggio di dieci parole in un anno. Anche quei pochi che hanno studiato la
lingua e che, scrivendo, sono corretti e sfoggiano una certa ricchezza di
vocaboli e di frasi, quando parlano, parlano poco meno scorrettamente e
poveramente degli altri, appunto perchè della lingua non hanno l'uso, perchè
delle frasi e dei vocaboli, che cercano e trovano nello scrivere, non vien
loro alla bocca, non avendoli essi famigliari, che una minima parte. Come si
può dunque imparare la buona lingua da un uso cattivo? Come imparare
centinaia e centinaia di voci e locuzioni che intorno a noi nessuno dice mai?
V'è mai occorso di sentir degli stranieri che credono d'aver imparato
l'italiano dall'uso in dieci anni di soggiorno in una città dell'Alta Italia?
V'avranno fatto scappare. Dall'uso, fra noi, si può imparare a parlar con
scioltezza; ma con proprietà, con varietà, con colorito, con grazia! Corbellerie.
Perdonatemi: m'è scappata dalla penna. espresse il pensiero, e le sue sorti
furon le sorti d'Italia, la sua vita la nostra storia, il suo regno la nostra
grandezza. L'amiamo perchè la parola sua ci scaturisce d'in fondo all'anima
insieme con ogni nostro sentimento, si confonde con le nostre idee fin dalle
loro sorgenti più intime, e non è soltanto forma, suono, colore, ma sostanza
del nostro pensiero. L'amiamo perchè è la nostra nutrice intellettuale, il
respiro della mente e dell'animo nostro, l'espressione di quanto è più
intimamente proprio della nostra indole nazionale, l'immagine più viva e più
fedele e quasi la natura medesima della nostra razza. L'amiamo perchè è il
vincolo più saldo della nostra unità di popolo, l'eco del nostro passato, la
voce del nostro avvenire, verbo non solo, ma essenza dell'anima della
patria.” (Introduzione) Qui
sotto un altro brano e poi un piccolo “test”. A chi dice che s'impara la lingua dall'uso. (Capitolo
XIII) Qui sento un coro d'italiani
settentrionali che esclamano: - Studiare la lingua! Ma la lingua s'impara
dall'uso! Da qual uso l'imparate voi, cari
signori? In casa voi parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il
vostro dialetto, e quando non parlate questo, parlate e sentite parlare un
italiano povero e scorretto, pieno zeppo d'idiotismi e di francesismi. In
materia di lingua s'usa fra noi non toscani, perchè parliamo tutti male, una
grande tolleranza reciproca, per effetto della quale nessuno studia di
correggersi, e ognuno sèguita per tutta la vita a ripetere gli stessi
spropositi, senz'arricchire il proprio linguaggio di dieci parole in un anno.
Anche quei pochi che hanno studiato la lingua e che, scrivendo, sono corretti
e sfoggiano una certa ricchezza di vocaboli e di frasi, quando parlano,
parlano poco meno scorrettamente e poveramente degli altri, appunto perchè
della lingua non hanno l'uso, perchè delle frasi e dei vocaboli, che cercano
e trovano nello scrivere, non vien loro alla bocca, non avendoli essi
famigliari, che una minima parte. Come si può dunque imparare la buona lingua
da un uso cattivo? Come imparare centinaia e centinaia di voci e locuzioni
che intorno a noi nessuno dice mai? V'è mai occorso di sentir degli stranieri
che credono d'aver imparato l'italiano dall'uso in dieci anni di soggiorno in
una città dell'Alta Italia? V'avranno fatto scappare. Dall'uso, fra noi, si
può imparare a parlar con scioltezza; ma con proprietà, con varietà, con
colorito, con grazia! Corbellerie. Perdonatemi: m'è scappata dalla penna. La lingua va appresa come un elemento esterno a
chi la parla? Sì No Va appresa quella usata da uno solo o in una
certa città o stato? Sì
No Ognuno deve contribuire alla formazione della
lingua? Sì No Qual è la posizione nella Questione della lingua
del De Amicis? ______________ Edmondo De Amicis (Oneglia, Imperia 1846
- Bordighera, Imperia 1908), è un narratore e giornalista italiano. Patriota,
dopo aver frequentato il liceo a Torino si iscrisse alla scuola militare di
Modena. Come sottotenente prese parte alla battaglia di Custoza. L'esperienza
bellica è alla base dei bozzetti raccolti nel 1868 in La vita militare.
Visto il successo dell'opera, si dedicò alla letteratura e al giornalismo e,
come inviato della "Nazione" di Firenze, firmò un reportage dalla
Spagna, comparso in volume nel 1873. A questo seguirono altri cinque libri di
viaggio (tra cui Olanda, 1874; Marocco, 1876; Costantinopoli,
1878), che consolidarono la sua popolarità.
La fama di De Amicis, tuttavia, è oggi legata soprattutto
a un titolo, il fortunatissimo libro per l'infanzia Cuore (1886), che
fu distribuito in libreria dall'editore milanese Treves in concomitanza con
l'avvio dell'anno scolastico. Il libro è costruito come un diario di scuola,
nel quale Enrico, bambino torinese di terza elementare, annota gli
avvenimenti principali dell'anno, inframmezzati dalle lettere dei genitori e
dai racconti mensili, alcuni dei quali famosissimi (La piccola vedetta
lombarda, Dagli Appennini alle Ande). Sono racconti patetici e
commoventi, e in realtà tutto il libro è costruito per suscitare l'emozione e
le lacrime del giovane lettore; in questo modo, De Amicis intendeva rendere
il suo pubblico partecipe dei valori morali e sociali (senso del dovere,
dell'onore, dell'appartenenza nazionale, laboriosità, onestà) indispensabili
a rendere finalmente l'Italia un paese moderno. Il successo del libro fu
enorme, basti pensare che nei primi due mesi e mezzo raggiunse la
quarantunesima edizione. Nel 1896 le edizioni erano già 197, e nel Novecento
il libro è stato tradotto in una quarantina di lingue.
De Amicis affrontò il tema della scuola anche in altre opere,
e da punti di vista diversi. Nel Romanzo d'un maestro (1890) il
suo sguardo è amaro e disincantato; in Amore e ginnastica (1892),
invece, il mondo della scuola gravita intorno alla figura della Pedani,
un'affascinante maestra di ginnastica ritratta con garbo e ironia. Tra il 1890 e il 1891,
De Amicis maturò la sua adesione al socialismo, favorita dall'amicizia con
Filippo Turati. Ne derivarono alcuni testi caratterizzati da una spiccata
sensibilità sociale: Sull'oceano (1889), dedicato all'emigrazione
verso l'America, e Primo maggio, romanzo che, stampato postumo
soltanto nel 1980, racconta una storia socialista (il titolo richiama il
giorno del 1890 in cui venne celebrata per la prima volta la giornata del
lavoro). Altri interessi dello scrittore sono testimoniati da libri
come le Poesie (1881), i Ritratti letterari (1881), primo
esempio in Italia di libro-intervista a famose personalità del mondo
letterario, e L'idioma gentile (1905), una difesa delle posizioni di
Alessandro Manzoni sulla questione della lingua. NANDO
ROMANO |