"Himera" di Nando Romano. 
Un grande romanzo storico...
una grande storia d'amore.

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Consolato Generale d’Italia - Rosario

UFFICIO SCUOLE

Attività culturale 2006

 

 

  Nando Romano  

     

  La questione della lingua e l’Idioma gentile

 

Polimodal “E De Amicis” Rosario – Giovedì 9 Novembre 2006.

 

 

La Questione della lingua in Italia

                 

      Parlare della Questione della lingua in Italia significa aprire più di un capitolo giacché essa accompagna la lingua italiana dal suo sorgere ed è tuttora viva nonostante l’italiano sia oggi una grande lingua, anche popolare, diffusa all’interno ed all’esterno di un paese unito e fortemente identificabile nel mondo per i suoi caratteri culturali peculiari.

      Al suo sorgere la lingua era cancelleresca, ecco, fra i più antichi documenti della lingua italiana, i Placiti cassinensi: ”Sao ke kelle terre per kelli fini ke ki contene, trent’anni le possette parte Sancti Benedicti.” La questione è del tutto implicita: alcuni contadini campani così avrebbero giurato, prima dell’anno 1000, davanti ad un notaio, ma forse fu il notaio a scrivere in tal modo giacché essi avrebbero potuto dire: “Saccië ka killë terrë pë kkilli kumbinë etc…” e cioè: “So che quelle terre per quei confini etc…”. Cassino, che oggi fa parte del Lazio, è di area campana.

Poi la lingua si fece curiale e poetica, la questione cortigiana, “ante litteram”: alla corte di Federico II, la magna curia, fu tenuta a battesimo la prima lingua nazionale italiana, detta “siciliana”, come la scuola poetica che l’Imperatore ed il suo seguito praticavano fra Foggia e Palermo. Molto usata ed imitata, anche in Toscana ed anche da Dante, la lingua e la poesia siciliana poterono svilupparsi perché i “siciliani” contavano su possibilità culturali di rilievo per cui la questione della lingua non costituì un ostacolo, anche se “siciliano”, in questo caso non vuol dire solo ‘di Sicilia’ ma di tutto il regno del Sud, un regno con parecchi dialetti. La corte fu luogo di incontro mediazione ed indirizzo per questa grande esperienza culturale, linguistica e poetica.

Con Dante la questione si fa critica: la grande lingua che sorgerà dall’opera delle “Tre Corone” (Dante, Petrarca e Boccaccio) avrebbe avuto ben diritto ad una grande questione. Dante, nel De Vulgari Eloquentia, va alla ricerca della lingua “aulica, curiale e cardinale” fra quattordici dialetti italiani, bocciandoli tutti, ovviamente, compreso il fiorentino. Questo rifiuto non impedirà al fiorentino di fornire la base della lingua usata dallo stesso Dante, nonché da quelli che seguiranno fin oltre il Cinquecento e, quindi, dal Cardinale Bembo che si batterà perché i giovani diano la giusta attenzione ad una lingua moderna a discapito del latino. All’epoca l’italiano era una lingua di tutto rilievo, parlata in Toscana ma diffusa in Italia e fuori solo ad uso delle persone colte: per fare un esempio il Cortegiano di Baldassar Castiglione, scritto fra il 1513-18, negli anni fra il 1528 e il 1619 ebbe 60 edizioni e 50 traduzioni, di cui 21 francesi, 10 spagnole, 13 latine, oltre a quelle in inglese, tedesco e polacco; fra i lettori, talora in italiano: l'imperatore Carlo V, Francesco I, Sigismondo Augusto re di Polonia, Giacomo VI re di Scozia e d'Inghilterra. Ah! Il Castiglione usò per primo la parola cortegiano.

 

La questione meritava, ora, idonee “infrastrutture”: sul finire del secolo XVI viene fondata l’Accademia della Crusca, tuttora esistente, con lo scopo di dividere la crusca dal fiore della farina (parte migliore della lingua). Per conto loro altri italiani non toscani noteranno che una lingua ha, invece, bisogno di ossigeno, non può fermarsi alle Tre Corone né limitarsi al fiorentino, non si può nemmeno dire troppo spesso: “non si può”, e ciò secondo Daniello Bàrtoli, alias Padre Ferrante Longobardi, che scrisse: Il torto e il diritto del non si può. Una chiara polemica con la purezza dei Cruscanti. Da che pulpito veniva la predica? Daniello Bàrtoli, potentissimo gesuita, detto il Dante della prosa, nel sec. XVII fu lo storiografo ufficiale della Compagnia di Gesù, aperto alle esperienze dei Gesuiti nel mondo si rendeva conto che la lingua non poteva racchiudersi nelle mura di Firenze né limitarsi ai tre grandi scrittori del Trecento.

 

 

Alessandro Manzoni, l’autore de I Promessi Sposi, molto ascoltato in Italia, raccoglie parte di questi fermenti: la lingua deve essere quella dell’Uso dalle persone colte di Firenze. Viene, quindi, sconfessato il principio che la lingua deve rimanere legata alle “Tre Corone” e quindi al Trecento, ma il popolo rimane fuori dal processo a danno di una lingua più viva e diffusa. Ecco le sue parole:

 

“E nondimeno ogni lingua è una; tanto che può avere e ha un suo nome proprio, con cui si distingue dall'altre. E perché ciò possa avvenire, come avviene, è di stretta necessità, che in tutti gli elementi che compongono una lingua, ci sia, in ogni suo momento, qualcosa d'identico, che costituisca una tale unità, e sia un mezzo di riconoscere e d'affermare logicamente che un vocabolo o un modo di dire qualunque appartiene a una data lingua, e di far quindi una compita raccolta, di di tutti, per quanto è possibile; e questo qualcosa è appunto l'Uso, e null'altro che l'Uso. Che poi, nel caso nostro, l'unico mezzo per l'Italia d'arrivare a una lingua comune di fatto, sia quello prender l'Uso di Firenze, è ciò che s'è già cercato di    dimostrare e nella Relazione di Milano e in altri scritti; e potrà venire, anche in questo, l'occasione d'addurne un qualche novo argomento.”

 

               La posizione del Manzoni non è da trascurare specie se si pone come punto di partenza di una lingua unitaria a cui possano essere chiamati tutti gli italiani ma egli era uno scrittore, come Edmondo De Amicis, e  non un glottologo, cioè uno studioso del linguaggio, per cui era spinto a dare una soluzione pratica al problema, fin troppo pratica.

La glottologia era nata nel 1816 ed aveva fatto passi da gigante, in Italia era rappresentata da un personaggio notevole: Graziadio Isaia Ascoli. Chi era costui? Domanderemo usando una espressione cara al Manzoni stesso. Fu il fondatore della glottologia in Italia, parola di sua invenzione, studiò varie lingue e ne scoprì una: il franco-provenzale, la terza lingua parlata in Francia, oltre il francese ed il provenzale. Nel 186** fondò l’”Archivio glottologico italiano” una rivista nel cui Proemio rispose in un certo qual modo al Manzoni. E rispose perché il genero del Manzoni, Broglio, aveva appena pubblicato un vocabolario della lingua italiana, un disastro, secondo l’Ascoli:

 

“Un vocabolario che si viene stampando in Firenze sotto auspicj gloriosissimi, rappresenta un principio, o un’innovazione, di cui gli riesce far mostra nella prima parola del suo frontispizio, poiché egli si annunzia per nòvo anziché nuovo, così riproducendo la odierna pronuncia fiorentina, ch’egli trova urgente di rendere comune a tutta l’Italia, siccome parte integrale dell’odierno linguaggio di Firenze, il qual dev’essere, in tutto e tutto, quello dell’Italia intiera. La medesima pronuncia fiorentina gli suggerirà, ed egli dovrà accettare, sotto pena di non lieve incoerenza: mòre per muore; sòla per suola; fòri per fuori; io nòto per nuoto; io sòno per suono; còco per cuoco; òmini per uomini; e via discorrendo.”

 

 

Insomma, riprodurre la lingua dell’uso di Firenze non era proprio facile, nemmeno per i seguaci del Manzoni! Perché l’Ascoli si scagliava così vivacemente contro i sostenitori della lingua dell’uso fiorentina? Quali i pericoli?

 

“Fra noi, all’incontro, malgrado ogni temperamento di cui si circondi la romorosa innovazione, si riesce a dire a coloro che pensano e studiano, cioè a coloro che pur hanno una culta favella mentale, con la quale ruminar le idee: smettete lo stromento del vostro pensiero, perché ha bisogno di essere mutato o almanco modificato per bene. Si viene a dire agli operaj della intelligenza, che sospendano, tanto o quanto, la propria industria, e non già per rifornire il loro apparecchio mentale col rituffarlo in una nuova serie di libri che ancora alimentino il loro pensiero e i loro studj (che sarebbe cosa tollerabile), ma per farsi ad imitare (essi dicono scimieggiare) una conversazione municipale, qual sarà loro offerta da un vocabolario, da una balia, oppur dal maestro elementare, che si manderà (da una terra così /29/ fertile d’analfabeti) a incivilir la loro provincia.”

L’Ascoli invita gli studiosi a mettersi al lavoro, a non farne una questione di lingua, perdendo tempo a “scimieggiare” la “tersità popolare” di Firenze in luogo della “tersità” classica, ma a costruire la lingua democraticamente, con la partecipazione di tutto il paese.

 

L’Idioma gentile e la posizione del De Amicis

 

Queste le premesse. Quale la concezione della lingua del De Amicis ne l’Idioma Gentile? Già il titolo dorebbe aiutarci, chissà se leggendo i brani che seguono poete farvi un’idea da soli.

“Tu ami la lingua del tuo paese, non è vero? L'amiamo tutti. È inseparabilmente congiunto l'amore della nostra lingua col sentimento d'ammirazione e di gratitudine che ci lega ai nostri padri per il tesoro immenso di sapienza e di bellezza ch'essi diedero per mezzo di lei alla famiglia umana, e che è la gloria dell'Italia, l'onore del nostro nome nel mondo. L'amiamo perchè l'hanno formata, lavorata, arricchita, trasmessa a noi come un'eredità sacra milioni e milioni d'esseri del nostro sangue, dei quali, per secoli, ella espresse il pensiero, e le sue sorti furon le sorti d'Italia, la sua vita la nostra storia, il suo regno la nostra grandezza. L'amiamo perchè la parola sua ci scaturisce d'in fondo all'anima insieme con ogni nostro sentimento, si confonde con le nostre idee fin dalle loro sorgenti più intime, e non è soltanto forma, suono, colore, ma sostanza del nostro pensiero. L'amiamo perchè è la nostra nutrice intellettuale, il respiro della mente e dell'animo nostro, l'espressione di quanto è più intimamente proprio della nostra indole nazionale, l'immagine più viva e più fedele e quasi la natura medesima della nostra razza. L'amiamo perchè è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo, l'eco del nostro passato, la voce del nostro avvenire, verbo non solo, ma essenza dell'anima della patria.” (Introduzione)

 

            Qui sotto un altro brano e poi un piccolo “test”.

 

A chi dice che s'impara la lingua dall'uso. (Capitolo XIII)

Qui sento un coro d'italiani settentrionali che esclamano: - Studiare la lingua! Ma la lingua s'impara dall'uso!

Da qual uso l'imparate voi, cari signori? In casa voi parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il vostro dialetto, e quando non parlate questo, parlate e sentite parlare un italiano povero e scorretto, pieno zeppo d'idiotismi e di francesismi. In materia di lingua s'usa fra noi non toscani, perchè parliamo tutti male, una grande tolleranza reciproca, per effetto della quale nessuno studia di correggersi, e ognuno sèguita per tutta la vita a ripetere gli stessi spropositi, senz'arricchire il proprio linguaggio di dieci parole in un anno. Anche quei pochi che hanno studiato la lingua e che, scrivendo, sono corretti e sfoggiano una certa ricchezza di vocaboli e di frasi, quando parlano, parlano poco meno scorrettamente e poveramente degli altri, appunto perchè della lingua non hanno l'uso, perchè delle frasi e dei vocaboli, che cercano e trovano nello scrivere, non vien loro alla bocca, non avendoli essi famigliari, che una minima parte. Come si può dunque imparare la buona lingua da un uso cattivo? Come imparare centinaia e centinaia di voci e locuzioni che intorno a noi nessuno dice mai? V'è mai occorso di sentir degli stranieri che credono d'aver imparato l'italiano dall'uso in dieci anni di soggiorno in una città dell'Alta Italia? V'avranno fatto scappare. Dall'uso, fra noi, si può imparare a parlar con scioltezza; ma con proprietà, con varietà, con colorito, con grazia! Corbellerie. Perdonatemi: m'è scappata dalla penna. espresse il pensiero, e le sue sorti furon le sorti d'Italia, la sua vita la nostra storia, il suo regno la nostra grandezza. L'amiamo perchè la parola sua ci scaturisce d'in fondo all'anima insieme con ogni nostro sentimento, si confonde con le nostre idee fin dalle loro sorgenti più intime, e non è soltanto forma, suono, colore, ma sostanza del nostro pensiero. L'amiamo perchè è la nostra nutrice intellettuale, il respiro della mente e dell'animo nostro, l'espressione di quanto è più intimamente proprio della nostra indole nazionale, l'immagine più viva e più fedele e quasi la natura medesima della nostra razza. L'amiamo perchè è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo, l'eco del nostro passato, la voce del nostro avvenire, verbo non solo, ma essenza dell'anima della patria.” (Introduzione)

 

            Qui sotto un altro brano e poi un piccolo “test”.

 

A chi dice che s'impara la lingua dall'uso. (Capitolo XIII)

Qui sento un coro d'italiani settentrionali che esclamano: - Studiare la lingua! Ma la lingua s'impara dall'uso!

Da qual uso l'imparate voi, cari signori? In casa voi parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il vostro dialetto, e quando non parlate questo, parlate e sentite parlare un italiano povero e scorretto, pieno zeppo d'idiotismi e di francesismi. In materia di lingua s'usa fra noi non toscani, perchè parliamo tutti male, una grande tolleranza reciproca, per effetto della quale nessuno studia di correggersi, e ognuno sèguita per tutta la vita a ripetere gli stessi spropositi, senz'arricchire il proprio linguaggio di dieci parole in un anno. Anche quei pochi che hanno studiato la lingua e che, scrivendo, sono corretti e sfoggiano una certa ricchezza di vocaboli e di frasi, quando parlano, parlano poco meno scorrettamente e poveramente degli altri, appunto perchè della lingua non hanno l'uso, perchè delle frasi e dei vocaboli, che cercano e trovano nello scrivere, non vien loro alla bocca, non avendoli essi famigliari, che una minima parte. Come si può dunque imparare la buona lingua da un uso cattivo? Come imparare centinaia e centinaia di voci e locuzioni che intorno a noi nessuno dice mai? V'è mai occorso di sentir degli stranieri che credono d'aver imparato l'italiano dall'uso in dieci anni di soggiorno in una città dell'Alta Italia? V'avranno fatto scappare. Dall'uso, fra noi, si può imparare a parlar con scioltezza; ma con proprietà, con varietà, con colorito, con grazia! Corbellerie. Perdonatemi: m'è scappata dalla penna.

 

La lingua va appresa come un elemento esterno a chi la parla?         No

Va appresa quella usata da uno solo o in una certa città o stato?                   No

Ognuno deve contribuire alla formazione della lingua?                                    No

Qual è la posizione nella Questione della lingua del De Amicis? ______________

Edmondo De Amicis (Oneglia, Imperia 1846 - Bordighera, Imperia 1908), è un narratore e giornalista italiano. Patriota, dopo aver frequentato il liceo a Torino si iscrisse alla scuola militare di Modena. Come sottotenente prese parte alla battaglia di Custoza. L'esperienza bellica è alla base dei bozzetti raccolti nel 1868 in La vita militare. Visto il successo dell'opera, si dedicò alla letteratura e al giornalismo e, come inviato della "Nazione" di Firenze, firmò un reportage dalla Spagna, comparso in volume nel 1873. A questo seguirono altri cinque libri di viaggio (tra cui Olanda, 1874; Marocco, 1876; Costantinopoli, 1878), che consolidarono la sua popolarità. La fama di De Amicis, tuttavia, è oggi legata soprattutto a un titolo, il fortunatissimo libro per l'infanzia Cuore (1886), che fu distribuito in libreria dall'editore milanese Treves in concomitanza con l'avvio dell'anno scolastico. Il libro è costruito come un diario di scuola, nel quale Enrico, bambino torinese di terza elementare, annota gli avvenimenti principali dell'anno, inframmezzati dalle lettere dei genitori e dai racconti mensili, alcuni dei quali famosissimi (La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande). Sono racconti patetici e commoventi, e in realtà tutto il libro è costruito per suscitare l'emozione e le lacrime del giovane lettore; in questo modo, De Amicis intendeva rendere il suo pubblico partecipe dei valori morali e sociali (senso del dovere, dell'onore, dell'appartenenza nazionale, laboriosità, onestà) indispensabili a rendere finalmente l'Italia un paese moderno. Il successo del libro fu enorme, basti pensare che nei primi due mesi e mezzo raggiunse la quarantunesima edizione. Nel 1896 le edizioni erano già 197, e nel Novecento il libro è stato tradotto in una quarantina di lingue. De Amicis affrontò il tema della scuola anche in altre opere, e da punti di vista diversi. Nel Romanzo d'un maestro (1890) il suo sguardo è amaro e disincantato; in Amore e ginnastica (1892), invece, il mondo della scuola gravita intorno alla figura della Pedani, un'affascinante maestra di ginnastica ritratta con garbo e ironia. Tra il 1890 e il 1891, De Amicis maturò la sua adesione al socialismo, favorita dall'amicizia con Filippo Turati. Ne derivarono alcuni testi caratterizzati da una spiccata sensibilità sociale: Sull'oceano (1889), dedicato all'emigrazione verso l'America, e Primo maggio, romanzo che, stampato postumo soltanto nel 1980, racconta una storia socialista (il titolo richiama il giorno del 1890 in cui venne celebrata per la prima volta la giornata del lavoro). Altri interessi dello scrittore sono testimoniati da libri come le Poesie (1881), i Ritratti letterari (1881), primo esempio in Italia di libro-intervista a famose personalità del mondo letterario, e L'idioma gentile (1905), una difesa delle posizioni di Alessandro Manzoni sulla questione della lingua.

 NANDO ROMANO